Racconto su alcune differenze tra Italia e Giappone

Sono le sette di mattina. Oggi mi sveglio presto, voglio andare a scuola a studiare per un test importante. Presto per me, ma non per Tokyo che è già in moto da almeno un’ora, qualcuno da molto di più.

Sbrigo tutte le faccende mattutine: metto su la moka, mi faccio un caffè rigorosamente italiano, mi lavo, mi vesto e mi preparo per uscire. Alle otto mi avvio a piedi verso la stazione, alle otto e dieci sono sul punto di prendere il treno.

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Quando arrivo al binario però, vedo lunghe file di gente che ordinatamente si mettono in fila davanti a un segno colorato per terra. Si tratta dei lavoratori che in Italia sarebbero definiti come “pendolari” ma che a Tokyo rappresentano la stragrande maggioranza delle persone. Tutti sono in coda per salire sulla loro carrozza abituale. Ebbene sì, qui il treno si ferma sempre preciso nello stesso punto e la gente ordinatamente aspetta di entrare ogni mattina dallo stesso posto dello stesso binario nello stesso vagone. Sì ordinatamente, o così sembrerebbe.

Mi accodo anche io in attesa del treno, seconda porta della quinta carrozza. Tutti sono tranquilli, qualcuno guarda il telefono, altri leggono un libro. Avevo sentito dire che a Tokyo in treno era un inferno, ma non vedo niente di strano, niente mi preannuncia quello che sta per accadere.

Il treno arriva, puntuale come al solito, non un minuto di ritardo. Normalmente capita che solo qualche rara volta arrivi in anticipo. Qualche volta il ritardo c’è, ma si tratta di qualcosa di grave, tutto comunque risolvibile in dieci minuti o poco più.

Ho deciso di prendere l’espresso, un treno che salta molte stazioni e ci mette un attimo ad arrivare in quelle importanti. Quando arriva, mi rendo conto che il viaggio non sarà così semplice. Il treno è pienissimo, almeno altre venti persone per carrozza dovrebbero entrare. Mi dico che dovrò aspettare quello successivo, ma mi ricredo subito, qui non funziona così. All’apertura delle porte, quelle venti persone che aspettavano, incominciano a spingere come se alle loro spalle godzilla stesse distruggendo la città e quel treno rappresenti l’unica salvezza. Qualcuno dietro di me mi spinge con violenza contro chi mi precede e così tutti fino all’entrata del vagone. Non ne capisco il motivo. Anche se il treno è pieno, il tempo per provare a salire tutti c’è.

No, mi ripeto ancora una volta che qui non funziona così. Bisogna spingere con forza per non tardare quei trenta secondi a lavoro. Non importa chi si opponga a questo obbiettivo, uomini, donne, anziani, tutti vengono travolti dalla folla. La mia fortuna sta nell’altezza, riesco per lo meno a non ricevere colpi in faccia ma solo nella schiena, anche se fanno male lo stesso. Volto lo sguardo indietro per vedere chi ha assestato quel colpo e lo inquadro subito, ma quando guardo questo in faccia, non vedo odio o quant’altro, solo uno sguardo vuoto di un robot il cui scopo è di salire su quel treno a qualunque costo.

In trenta secondi le porte si richiudono, niente e nessuno è rimasto fuori, neanche una mosca. Tutti sono su quel treno, schiacciati tra di loro come aria dentro un palloncino troppo gonfio pronto a scoppiare.

Ciò nonostante, la maggioranza delle persone prova e riesce a dormire, molti in piedi, agganciati alle maniglie che servono per non cadere e completamente inutili in questa fascia di orario. Altri si abbandonano a Morfeo anche senza tenersi a niente, seguendo semplicemente i movimenti oscillatori del treno, certi di riuscire a mantenere comunque un equilibrio perfetto.IMG_0163

Dall’alto del mio metro e ottantotto osservo da una posizione privilegiata una ragazza schiacciata contro la porta e la gente che non curante di lei continua ad andarle addosso. Nonostante mi ripeta che qui è tutto normale, un senso di rabbia mi raggiunge. Un po’ per la visione più animalesca che umana alla quale sono costretto e un po’ perché continuo a ricevere colpi da chiunque voglia solo voltare la pagina di un libro che sta provando a leggere.

Grazie al cielo scendo alla prima fermata e anche in questo caso le regole sono le stesse. Sono travolto e spintonato ancora fino a quando, senza sapere come, mi ritrovo fuori sul binario. La gente senza che me ne possa rendere conto scompare dalla mia vista e si precipita di corsa su per le scale. “Sono dei matti” penso.

Io con calma salgo verso l’uscita ancora un po’ intontito e nervoso per quello che mi è accaduto. Una volta fuori però, il paesaggio è completamente diverso da quello che mi aspettavo. Non vedo il solito caffè o il solito palazzo. Non c’è traccia della strada che dovevo imboccare per arrivare a scuola. Non ho sbagliato posto, ma solo l’uscita. Una cosa da poco mi dico, ma che da poco non è. Per soli duecento metri di distanza Tokyo ha già cambiato volto e mi ritrovo completamente sperduto tra gli imponenti grattacieli.

Giro un po’ a vuoto, prima vado a destra, poi a sinistra, poi torno indietro, ma niente, non riesco a saltarci fuori. Un ragazzo vedendomi sperduto e disorientato si avvicina a me:

– Serve una mano? – mi chiede.

Gli spiego la situazione e dove pensavo di arrivare. Lui sorride perché comprende il mio problema da straniero. Tira fuori il telefono, controlla su google maps la mia destinazione e mi fa cenno di seguirlo.

Mi dice che mi stavo allontanando e per cinquecento metri mi accompagna esattamente fin davanti al caffè familiare dal quale posso orientarmi. Ciò non basta però, il ragazzo mi chiede più volte se sono sicuro di arrivare a scuola. Lo rassicuro e lo ringrazio sinceramente, poi lui se ne va e ritorna sui suoi passi verso il luogo dove mi aveva incontrato senza chiedermi nulla in cambio. Io arrivo a scuola in tempo per studiare.

Morale della favola: i giapponesi sono tra le persone più gentili e disponibili che abbia mai incontrato, ma in metropolitana l’unica regola è che non ci sono regole, soprattutto negli orari di punta.

Francesco Imovilli

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