Quando si lascia il Giappone, un senso di nostalgia non tarda a farsi a sentire. Un anno è passato da quando me ne sono andato da quel magico paese e ora, a ogni minimo accenno a questa cultura, la voglia di tornare cresce fino quasi a diventare insopportabile.

Un giorno arriva la notizia che la mia ragazza vi tornerà per sostenere un tirocinio in una scuola d’italiano, da qui all’inizio di una nuova avventura nel Paese del Sol levante il passo è breve. Prego i genitori chiedendo l’assenso ad andare a trovarla. Sebbene impegnative, le spese sarebbero consistentemente ridotte da molti fattori. Loro capiscono la situazione e i sentimenti provati e danno l’assenso. Neanche il tempo di mettere giù la cornetta e apro internet, spulcio tra i mille siti di compagnie aeree e scopro che ci sono ancora delle offerte abbordabili, il tempo di un paio di click ed è fatta: si torna.

Il 22 Luglio è previsto l’arrivo a Tokyo, città che conosco già molto bene, anche troppo forse. Ci ho vissuto per tanto tempo e ora non riesco a rientrare nei panni del perfetto turista. Chiamo gli amici lasciati là, comunico la notizia che presto potrò riabbracciarli e che le serate in compagnia all’izakayapotranno riprendere: loro sono entusiasti. Non solo nella mia testa quei tempi rappresentano un ricordo indelebile e non solo per me le cose da allora sono cambiate. Io sono stato il primo a tornare nel mio paese. Mentre agli altri che sono rimasti la è toccata la decisione di entrare nel mercato lavorativo nipponico e iniziare una vita più regolata. Ben presto mi rendo conto quindi che durante il giorno non avrò molta compagnia con la quale condividere le mie riflessioni nostalgiche.

Qualcosa che nei pressi di Tokyo non ho ancora provato però c’è. Pare un’idea strampalata, proibitiva e a tratti folle, ma mano a mano che prende forma nella mia testa mi convinco sempre di più a metterla in pratica. Mi serve solo un compagno di avventura e il gioco è fatto. Prendo ancora il cellulare, un paio di touch sullo schermo e la fatidica domanda fatta a un amico viene composta:

-Yoi, ti va di scalare il monte Fuji?

Ore 10:37 del 25 Luglio. Mi trovo a osservare dal basso all’alto una montagna dall’aspetto imponente e temibile: il monte Fuji. Con la sua altezza di 3776m è la montagna più alta del Giappone, un simbolo tanto rappresentativo quanto amato di questo paese. Fin da quando ero in pullman e questi pian piano mi appariva all’orizzonte, un vago sentore di strizza mi attanagliava. Ora che mi trovo ai suoi piedi, il timore è cresciuto e nonostante la fiducia nei miei mezzi e in quelli dei miei compagni i dubbi sulla fattibilità dell’”impresa” crescono.

Scruto la cartina con il percorso, ci sono dieci punti ai quali è associato un rifugio. Grazie all’autobus se ne risparmiano cinque e un bel po’ di metri, ne rimangono “solo” 2000.

Io e i miei compagni di avventura ci incamminiamo praticamente subito. Fino al sesto punto il percorso non pare così impegnativo, rimane molto fiato a disposizione per risate e scherzi. Dal sesto in avanti il discorso cambia: la salita comincia a farsi più ripida e la vegetazione piano piano sparisce quasi del tutto; intorno a me al verde si sostituisce il grigio delle rocce sulle quali bisogna quasi arrampicarsi e il color argilla della terra vulcanica che colora gli scarponi. Con questo paesaggio, più che scalare il Fuji, l’impressione è quella di scalare il monte Fato e non mi sento di fare più una colpa a Frodo per la decisione di farsi caricare in spalla da Sam.

La salita procede lentamente e con qualche attimo di crisi, tanto che al settimo rifugio decido di abbandonare i miei compagni con l’intento di trovare un ritmo di salita a me più adeguato, li aspetterò più avanti.

“Un passo alla volta”, “piano piano” è ciò che mi ripeto in testa. La motivazione è sotto i tacchi, solo il paesaggio incantevole che lascia senza fiato aiuta a rispondere al quesito “chi me lo ha fatto fare?”. Mi trovo sopra alle nuvole, il mondo sembra ai miei piedi, ma ancora non ho dominato lo straordinario vulcano che mi osserva impassibile nella mia sofferenza. A mano a mano che salgo poi, inizio a sentire il cambiamento di altitudine, l’aria si fa sempre più rarefatta, il vento e il freddo si sentono sempre di più. In aggiunta, l’ipocondria verso il mal di montagna martella le certezze sulle mie capacità e la tentazione di comprare del costosissimo ossigeno è sempre più forte.

Sempre più stremato dalla fatica, arrivo all’ottavo punto. Qui alcuni giapponesi vedendomi un po’ scoraggiato tentano di risollevarmi il morale facendo amicizia, regalandomi belle parole sul mio paese e dolcetti. Apprezzo il tentativo e a dirla tutta un po’ riesce a darmi la forza per arrivare fino a un rifugio intermedio, tra il punto otto e nove, nel quale avrei passato la notte. Aspetto i due amici lasciati indietro e dalle loro facce capisco che non se la sono passata meglio di me.
Dopo aver ripreso fiato, parliamo un po’ di ciò che è meglio fare. Il piano è di andare a dormire nel minor tempo possibile nonostante sia pieno pomeriggio e ripartire per gli ultimi 400 metri di salita durante la notte; il nostro obiettivo consiste nel riuscire a vedere l’alba dalla vetta. Ci rintaniamo quindi nello stretto sottotetto del rifugio e accovacciati uno vicino all’altro ci infiliamo nel sacco a pelo: il sonno non tarda ad arrivare, sebbene non sia dei più ristoratori.

Completati i preparativi per rimetterci in marcia, verso l’una di notte ci rendiamo conto di non essere i soli ad avere pianificato le cose così. Ad attenderci fuori dal rifugio, una moltitudine impressionante di persone procede a passo di lumaca. Alzo lo sguardo verso la vetta e una fila di lucine date dalle torce degli escursionisti mi suggerisce che questa continua fino in cima. Ben presto, la pianificata ora e mezza di salita sarebbe aumentata esponenzialmente.

Ore 3 di notte. Ci troviamo ancora sul versante della montagna e più che scalarla ci sembra di essere in fila alla cassa del supermercato. Proprio perché ci si muove poco il freddo è terrificante. La temperatura sarà intorno allo zero e il vento non accenna a cessare. Il mal di testa mi attanaglia. Mi ripeto che non è altro che freddo, che non devo temere gli effetti dell’altitudine. Ogni tanto, tento qualche scambio di parole con i miei amici, ma nessuno si sente così loquace.

Intorno alle quattro la luce inizia pian piano ad aumentare. Vedo la cima sempre più vicina e certe guide incoraggiano tutti a resistere: dieci minuti e avremmo raggiunto il nostro traguardo.

Gli ultimi attimi di salita sono un misto di felicità per avercela quasi fatta e di grandissimi sforzi al fine di terminare l’ascesa. A differenza dei tratti precedenti però, il morale si risolleva e credo che nessuno avrebbe mai potuto mollare in quel punto. Metro dopo metro, si sale fino a raggiungere un torii sorvegliato da due komainu che a differenza delle altre volte non appaiono minacciosi ma perlopiù accoglienti. Varcata la soglia del portale, una guida è pronta a battere un cinque a tutti quelli che ce l’hanno fatta: manco la sua mano un paio di volte prima di riuscirci.

Mentre la luce piano piano aumenta, portandosi appresso un po’ di calore, trovo posto in piedi tra le folla che ormai si è radunata in vetta in attesa dello spettacolo naturale e rifletto sui tempi impiegati per arrivare fin su. All’incirca dieci ore sono servite per raggiungere il traguardo, dieci ore che mi sono sembrate infinite e con un percorso che a tratti mi è apparso impossibile da dominare. Nonostante ci sia la soddisfazione per quanto compiuto, il bilancio della salita rimane negativo. La natura non si fa vedere sul Fuji, il paesaggio è fantastico ma sicuramente non lo si può ammirare per tutto il tempo, soprattutto mentre sei concentrato sul dove mettere i piedi e sul farti forza per salire.

Mentre rifletto su queste cose però, accade qualcosa che controbilancia tutto: il sole sorge. Il grande ospite che tutti stavano aspettando si fa vedere e in tutto il suo splendore ci illumina il volto. Il tempo sembra fermarsi per un momento, mi sento sospeso in un attimo di meraviglia, accarezzato dalla sua luce che sembra ridarmi energia e forza. In sottofondo, qualcuno tra le casette che si trovano in cima fa partire la musica dell’inno kimigayo, facendo crescere l’atmosfera di solennità e suscitando in me un profondo senso di rispetto verso la natura che l’uomo sfrutta per i suoi comodi, ma al quale non dovrebbe far altro che inchinarsi. Terminato l’inno, con il sole ormai abbastanza alto nel cielo, esco dall’estasi con un urlo proveniente dalla stessa direzione della musica ormai cessata: ohayougozaimasu! (Buongiorno!).

Ore 5:17. Dopo una sosta in una delle tante casette che offrono cibo e souvenir sul Fuji, una zuppa di miso costosissima ma rinvigorente e un’occhiata al cratere, io e i miei amici ci prepariamo per ridiscendere il vulcano. Uno di loro incomincia a manifestare leggermente i sintomi del mal di montagna, quindi meglio farlo alla svelta.

Ci incamminiamo lungo il percorso di discesa che appare più veloce, forse troppo. A differenza della salita che consistein varie tappe intermedie, questi non è altro che un sentiero ripidissimo scavato nella roccia vulcanica, scivoloso a causa della terra dalle caratteristiche simili a sabbia e completamente al sole. Prestando però attenzine a come mettere i piedi e facendo a tratti leva sul bastone per non cadere, in preda a una fretta motivata dalla voglia di tornare a casa e riposare come si deve, procediamo spediti. Piano piano, allo stesso modo dell’andata ma in direzione contraria, qualche ciuffo d’erba e qualche fiore torna a spuntare e in prossimità del quinto punto, dal quale eravamo partiti, la vegetazione torna a prosperare.

Ore 8:30. Stremati dalla fatica, tutti seduti con una bibita rinfrescante in mano, io e miei compagni di avventura ci osserviamo in volto. Quando lo facciamo, ci scappa sempre da ridere: ce l’abbiamo fatta, pazzia compiuta. Le risate e le battute tornano allora a riecheggiare nel nostro piccolo gruppo. Nonostante la grande soddisfazione per quanto fatto e lo spettacolo al quale abbiamo avuto l’onore di partecipare, quest’ultime ruotano tutte intorno a un unico e ben chiaro concetto: mai più scaleremo il monte Fuji.

Del resto è come insegna l’antico detto giapponese: “Chi scala il monte Fuji una volta nella vita è un uomo saggio, chi lo scala due volte è un pazzo”.

Dopo aver ottenuto con così grande fatica la saggezza, non vorremmo sicuramente perderla per altre dosi di pazzia.

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