DSC04934La struttura di Tokyo tra templi e tecnologia

Cammino per le strade di Tokyo ogni giorno ormai, tra palazzi sempre più alti, sempre più nuovi, ognuno dei quali sembra voler raggiungere l’altezza della sorella maggiore chiamata Tokyo Skytree (solo nell’altezza, non nell’età). Ogni cosa sembra sempre ricercare in maniera maniacale il nuovo, l’attenzione dello spettatore che incoscientemente passa per la strada e si lascia attrarre dalle figure più strane che questo mondo a sé possa svelare.

Io non sono da meno, anzi sono più soggetto sicuramente dei giapponesi a questo marketing che mantiene sempre lo stesso fine, nonostante la sua matrice sembri così diversa. Spuntano da ogni angolo scritte giganti che a malapena riesco a decifrare ed entro in negozi che mai mi sarei sognato di vedere. Guardo le ultime novità proposte del mercato e come un bambino mi lascio attrarre da ciò che lo scaffale mi mostra.

Passeggio per Omote Sando, in mezzo alle vetrine sempre lucenti. Una coda sterminata di persone attira la mia attenzione, tutti fanno la fila per entrare nel negozio del momento e appena scopro cosa vende stento a crederci: popcorn dolci. Aspettano anche una o due ore per non essere da meno degli altri, per provare ciò che ha assaggiato l’amico o l’amica. Nella mia mente appare subito l’immagine di occidentali in coda per l’ultimo modello di Iphone, mi appare l’immagine di me stesso che passa la carta di credito per comprare qualcosa di estremamente costoso per soddisfare una voglia dettata più dagli altri che dal mio bisogno personale e ci intravedo qualcosa di sbagliato che però non riesco a mettere a fuoco, non ancora almeno.

Arrivo in fondo alla strada, nei pressi di un gigantesco incrocio. Lì svolto a destra, sono vicino a uno dei luoghi che avevo già visitato due anni fa e che voglio rivedere. Cammino ancora un po’ e imbocco una via di fronte alla stazione di Harajuku, sopra a una specie di arco vi è impressa la scritta Takeshita Street.

Takeshita Street è uno dei luoghi più stravaganti di Tokyo. Continuo a camminare per questa strada, guardandomi intorno spuntano negozi da ogni dove in un crescendo di originalità. Mille sono le sfumature di rosa che colorano ogni abito in mostra, molte volte accompagnate dal nero, altre volte da colori che non ricordo di aver mai visto prima in tale contesto. È sabato, giorno di festa e i negozi sono tutti pieni. Stracolmi di gente con la passione per un determinato stile che a parole non riesco a descrivere pienamente. Sì, perché la mia mente si ferma all’apparenza, a quello che mi viene dettato dalla voce del pensiero e che mi dice che quei determinati abiti sono strani, che quel trucco sul volto di ragazze carine è troppo colorato, troppo fuori dai canoni a cui sono abituato, troppo alla ricerca del termine “kawaii”.

Ciò nonostante, guardo quelle ragazze anche con ammirazione, con lo spirito affascinato di chi non conosce e vuole conoscere. Di chi è incuriosito dal pensiero altrui totalmente diverso e che rispetta. Nella mia mente mi dico che lo fanno per sentirsi più libere, ma qualcosa mi frena dall’avvicinarmi a loro e chiederglielo, io mi fermo prima purtroppo, alla fermata dell’uomo comune, del turista che si limita a guardare, a sorridere e magari scattare una foto.

Verso mezzogiorno mangio qualcosa in giro e decido di cambiare posto, totalmente, di immergermi in tempi un po’ più lontani, metto in pausa il nastro e lo riavvolgo. Così torno sui miei passi, alzo ancora una volta la testa sotto la scritta della magica via e attraverso la strada in direzione della stazione. Non prendo il treno però, non ho bisogno di andare lontano, svolto a sinistra appena attraversata la strada e proseguo dritto verso un ponte che fa da spartiacque tra il mondo troppo moderno e quello rimasto sepolto nel tempo. Qualcosa, da bravo vicino rispettoso, se ne sta a pochi passi da quel posto. Una sorta di luogo lontano nel tempo ma non nello spazio.

Attraversato il ponte, un parco, ai miei occhi immenso, mi affascina come la prima volta due anni fa. Se un reggiano in questo momento si sta immaginando i giardini di piazza della Vittoria sbaglia di grosso e non solo per la superficie almeno cinque volte superiore. A segnare l’ingresso in questa terra vi è un gigantesco portale in legno che mi dice che lì vicino c’è il mio obbiettivo: il Meiji Jingu.

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Il Meiji Jingu è uno spettacolare santuario shintoista dedicato alle anime dell’imperatore Mutsuhito e di sua moglie. Non è dei più antichi, risale al 1912 (anche se la ricostruzione è antecedente quell’anno) e per un italiano come me sembra quasi recente contando che in Italia a ogni angolo vi è una chiesa di almeno due secoli. Ciò nonostante, il contrasto con quello che sta fuori dalla foresta nella quale si trova è disarmante. Ci si rende conto di come a Tokyo il paesaggio muti repentinamente. Un attimo prima passi dal grattacielo che sfiora il cielo con un dito e cento metri dopo torni indietro nel tempo di un secolo.

L’atmosfera che respiro è di profonda pace e quiete. Sono immerso nella natura per un lungo tratto prima di raggiungere il grosso santuario in legno. La foresta è attraversata da una larga strada piena di piccoli sassi che ogni tanto mi entrano nella scarpa e mi creano quel minimo fastidio che mi risveglia dai mille pensieri che questo luogo di culto mi suscita. Alla fine della strada vedo il santuario erigersi davanti a me in tutta la sua imponenza, dove un altro mon segna l’ingresso ufficiale nel luogo di preghiera. Ognuno a suo modo fa una richiesta agli spiriti. Molte persone sull’altare lanciano qualche moneta in un grosso raccoglitore di offerte in legno, battono le mani due volte per richiamare l’attenzione degli spiriti, si raccolgono in preghiera per qualche secondo, un inchino, alcuni due e poi se ne vanno (la regola è 2 battiti, 2 inchini e un battito ma alcune volte qualcuno fa a modo suo).

IMG_0081 2 Qualcuno paga di più per lasciare la sua preghiera su tavolette di legno appese intorno al “divino” albero. Mi fermo a leggere, noto che le lingue sono molteplici: giapponese, cinese, inglese, spagnolo e perfino italiano. Segno che nonostante le differenze culturali, il pensiero umano è sempre lo stesso che spinge ad augurare il meglio a sé stessi e agli altri. Qualcuno ringrazia per quello che ha già, qualcuno chiede qualcosa di più, da piccoli capricci a grandi drammi da risolvere; un migliaio di turisti scatta foto e si mette in posa e a questo punto devo ammettere che la calma cessa in qualche modo di far parte di questo posto.

Ciò nonostante, è uno spettacolo di un tipo che non si può vedere in nessuna parte d’Europa. Quando vedo un tempio come il Meiji Jingu mi rendo conto davvero di essere dall’altra parte del mondo. Vedo radici culturali totalmente diverse ma al contempo affascinanti che mi spingono a osservare dalla cosa più appariscente fino al più piccolo dettaglio, con continua curiosità e sempre mantenendo il più profondo rispetto. Guardo mondi lontani portati un po’ più vicini al mio sguardo e desidero essere là dove sono stati creati per capire dove i nostri antenati si sono separati e rendere semplice il riavvicinamento a questa cultura tutta nuova per me. Perché una cosa è certa, dalla stravaganza della modernità, al rigore del passato, tutto questo è Giappone.

Francesco Imovilli

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