Un racconto immaginario dal Giappone

A Tokyo è estate inoltrata ormai. L’umidità si è attaccata alle ossa di ogni individuo che tenta di addentrarsi nella selva cittadina e che abbandona ogni possibile conforto di un condizionatore sempre acceso nella propria abitazione.

Sono le sette di mattina, Jack si sta dirigendo a lavoro e aspetta pazientemente nella stazione di Omote Sando una delle tante coincidenze per Akasaka Mitsuke. Eccola. Puntuale come sempre. Le porte del treno della linea Ginza si aprono e all’interno confluisce una calca immensa di persone stipata fino quasi a soffocare. Jack è tra queste. In mezzo a tutti quei giapponesi però il suo fisico da occidentale risalta. E la sua altezza riesce a essere un discreto vantaggio per la sopravvivenza nella calca mattutina di Tokyo. Una ragazza gli si schiaccia addosso, spinta dalla folla. È visibilmente imbarazzata. Il rosso che ha sulle guance non dipende solo dal caldo all’interno del treno. Le sue mani, infatti, sono appoggiate completamente ai pettorali di Jack, e quando vuole staccarsene qualche altra spinta da una parte indefinita della carrozza la rigetta contro il fisico nerboruto del giovane. Alza la testa e vede Jack che fa finta di niente. Jack scende alla stazione di Akasaka Mitsuke.

La ragazza procede ancora sulla linea Ginza. È sollevata dal fatto che l’uomo occidentale sia sceso dal treno, non si può dire certo che fosse a suo agio nella situazione precedente. Ora, però è schiacciata contro la porta della carrozza. “Beh, almeno non do fastidio a nessuno”. Ogni tanto riceve una spinta qua e là, il treno infatti si muove parecchio e la gente che si sposta di conseguenza non prova nemmeno a schivarla. Dall’alto del suo metro e sessanta Aoi è invisibile in quella folla maleodorante di uomini. Ciò che spera è che almeno ad andare a Ueno la carrozza si svuoti un bel po’.

Aoi tira fuori il suo cellullare e prova a leggere qualcosa sul suo smartphone. Alcune notizie riportano il fallimento di un’impresa di medie dimensioni giapponese. Il titolare Masashi Kishimoto dichiara di essere completamente all’oscuro dei fatti. Il commercialista dell’azienda è sparito, sembra volato via da qualche parte con un incasso piuttosto elevato e questo sembra rafforzare la resi del proprietario, che però è indagato e deve spiegare molte cose all’ufficio del fisco. Aoi legge attentamente. Quelle storie di tutti i giorni la appassionano e il suo viso scompare, chino sul telefono dietro ai capelli neri, apparendo di quando in quando se qualcuno sgomita nella carrozza.

Dall’altra parte di Tokyo, da un palazzo di Shibuya, Masashi osserva la folla sotto di sé. È sul tetto dell’edificio della sua azienda, dove si sta tenendo un’importante riunione della dirigenza per decidere il da farsi dopo il caso di fallimento finito su tutti i giornali e su cui la procura deve fare ancora chiarezza. Oppresso però dalle continue accuse che gli si rivolgevano in sala per la sua disattenzione verso il commercialista, Masashi è salito sul tetto per fumarsi una sigaretta. Aveva bisogno di aria, la stessa aria che gli entra mista a fumo in bocca e che poi fa uscire dalle narici. Non sa che fare, non vuole pensare alla sua situazione disperata. Se solo avesse potuto, a quest’ora sarebbe insieme a Tamotsu su una spiaggia argentina, o di chissà quale stato senza estradizione a bere margarita. Quello stronzo, però, l’ha proprio fregato per bene. Prima di andarsene gli aveva fatto firmare una pila di documenti sui quali Masashi aveva scarabocchiato le sue iniziali senza nemmeno guardare, vista l’amicizia ventennale che lo legava al compagno di università, e il giorno dopo si era ritrovato il contro aziendale prosciugato in un attimo. Con il senno di poi non avrebbe chiamato la polizia. Non potendo sapere che a derubarlo era stato qualcuno che sulla carta aveva fatto tutto con il suo consenso e in piena legalità, aveva però commesso questo errore. Fosse andata diversamente se la sarebbe data a gambe sfruttando i suoi risparmi di una vita e sarebbe volato in qualche paese dove poterseli godere. Ma ormai la frittata era fatta. Ora Masashi aveva il passaporto ritirato e i conti congelati. Andarsene era quindi impossibile. Rimaneva solo da tornare dentro quell’ufficio e salvarsi il culo al meglio.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here