14.8.18

Ho preso in mano di nuovo questo quaderno dopo quattro anni. Mi sembra passata una vita ormai. Non mi sento nemmeno più in grado di riuscire a tenere una penna in mano.

Allora perché scrivere? Perché provare ancora una volta a sedermi a un tavolo a buttare giù qualcosa su carta? In tutta sincerità non lo so.

Francamente, non so nemmeno quando sarà la prossima volta in cui scriverò qualcosa.

La vita è strana e questa è una frase ormai trita e ritrita. Quando però le stranezze capitano a te, non puoi far altro che servirti di luoghi comuni per rendere chiaro a tutti ciò che ti capita. Vogliamo citarne un altro? Va bene. La vita è fatta di alti e bassi. Chissà il perché, ma tutte le volte in cui riprendo a scrivere i miei pensieri, mi trovo a farlo in un momento in cui mi sembra di toccare il fondo.

Altro luogo comune? La vita è una questione di prospettiva. Così se io mi sento male, per qualcun altro potrei non avere diritto di sentirmi così. Più o meno è ciò che mi sta capitando ora. Ho un lavoro stabile, che molti pagherebbero per avere, mi sento una merda e in tutta risposta riprendo a scrivere. Tutto ciò è strano come la vita.

Che fare quindi? Vogliamo per forza parlare di luoghi comuni o vogliamo piuttosto creare qualcosa di diverso? Che cosa? Non lo so. Una storia per esempio. Una storia è ciò che renderebbe se non altro questo momento un po’ più utile.

Per quanto possa essere banale, una storia ti dà comunque qualcosa di nuovo su cui riflettere. Continuare a elencare luoghi comuni invece, non fa che ricalcare significati ormai noti, con il risultato di farvi smettere di leggere.

Sapete qual è il problema della storia però? Finirla.

Iniziarla è facile. Prendiamo un personaggio, lo sbattiamo in un contesto più o meno definito e poi gli facciamo fare cose. Questa è una storia di per sé. Può non essere una buona storia ma sempre di ciò si tratta. Che succede però se mi interrompo proprio sul più bello? Rimane comunque una storia oppure no? Forse sì, ma avrei di sicuro fallito nel fornirvi qualcosa di utile su cui riflettere. Siete pronti a prendervi questo rischio allora? Siete pronti a sentire una storia che potrebbe non avere fine?

Va bene. Scelta vostra…

 

Tokyo, 2012

Un giovane italiano, studente di lingue e appassionato di musica atterra a Narita. Sono io dite? Magari avete ragione e per comodità ve la darò vinta.

Dicevo, mi trovavo a Narita. Tredici ore di volo alle spalle e abbastanza assonnato da non poter usare quelle poche parole di giapponese che conoscevo. Se siete stati in Giappone, dovreste sapere che una volta arrivati vi aspetta una lunga fila all’immigrazione prima di ritrovare i bagagli ed essere scaraventati nell’ordinato caos nipponico.

Mi trovavo lì, solo e trainando un bagaglio a mano così pesante che sembrava volesse riportarmi indietro. Fu lì che incontrai Yoko.

  • Passaporto e se ne è provvisto visto per favore – mi disse l’impiegata dell’immigrazione.

Non capii una parola.

  • Sumimasen, può ripetere un’altra volta?

Lei sospirò e replicò scandendo le sillabe:

  • Pas – sa – por – to e visto se ne è provvisto.

Tirai fuori il passaporto e glielo allungai. Per fortuna in mezzo a questo vi erano anche i moduli che avevo compilato sull’aereo; sicuramente sarebbe stata la prossima domanda.

  • La ragione del suo viaggio?
  • Mi scusi, ma non può dirmelo in inglese? I don’t speak Japanese very well.

La ragazza sospirò ancora e poi si limitò a dire con intonazione interrogativa:

  • Reason?

“Peggio di prima” pensai.

  • Mi scusi, mi chiamo Franco Ferrari, sono italiano e…
  • Chigau, chigau (no, no, sbagliato). La ragione del suo viaggio, perché è qui?
  • Why did you come to Japan? – chiese una voce alle mie spalle.

Si trattava di una ragazza. Non tanto alta, ma per gli standard giapponesi sicuramente sopra la media. Capelli lisci e castani, viso dai tratti un po’ atipici e occhi di un nocciola intenso. Nel complesso era molto carina.

  • Allora, perché sei venuto in Giappone?
  • Beh, per studiare il giapponese.
  • Ne hai di strada da fare – mi sorrise.
  • Se lo conoscessi già, non sarei venuto – risposi io.
  • Touché.

La ragazza si avvicinò allo sportello e velocissima iniziò a parlare con l’impiegata della sicurezza aeroportuale. Ogni tanto si girava per farmi qualche domanda:

  • Hai un modulo della scuola?
  • Eccolo – allungai il modulo.
  • Quanto starai qui?
  • È scritto sul modulo, 3 mesi circa.
  • Bene, – mi sorrise ancora.

Era una domanda per sé stessa o per l’immigrazione? Non importava, era abbastanza per scatenare la mia immaginazione.

  • Dove alloggerai?
  • Qui, – tirai fuori un biglietto con scritto “Uemura Yoruko, Kawasaki-shi, Yurigaoka, 6-18, 5-706”.
  • Eh? È parecchio lontano da qui!
  • Sul serio? E io che pensavo che l’Odissea fosse finita.
  • Odyssey? Che intendi?
  • Non conosci le vicende di Ulisse? Il personaggio di Omero?

Mi guardò con aria titubante e confusa e mi rispose:

  • Mmm, no. Me lo racconterai più tardi.

Mise a posto le mie cose alla buona, disse le ultime parole alla ragazza al banco e si girò verso di me:

  • OK, possiamo andare ora.

Attraversammo i tornelli fino a quando non arrivammo in una gigantesca hall.

  • Non so come ringraziarti – le dissi.
  • E in fondo, così facendo ho sbrigato anche le mie pratiche.
  • Le tue pratiche? Ma non sei giapponese?
  • Uhm, – annuì – Ma papà è americano e mamma è giapponese. È un po’ complicato da spiegare, ma il passaporto giapponese non lo ho più.
  • Come sarebbe a dire?
  • Te l’ho detto, è un po’ complicato, però magari una volta te lo racconto.
  • Così ti potrò parlare di Ulisse,
  • Ulysses? Ah già, – ridacchiò un po’, – molto volentieri.
  • Scusami, non mi sono presentato. Mi chiamo Franco.
  • Lo so. Penso di saperne abbastanza su di te ora che ho sbirciato tra i tuoi documenti.
  • Già, è vero.
  • Mi chiamo Yoko comunque, piacere.

Yoko. Una, forse la musa per eccellenza di Lennon.

  • Scusa, di cognome come fai?

Mi guardò con aria dubbiosa:

  • Perché?
  • Pura curiosità.
  • Mi chiamo Yoko Bodie.

Padre americano, mamma giapponese. Dovevo davvero aspettarmi Yoko Ono?

  • Senti, non mi sembri proprio nuova a Tokyo. Ti andrebbe di mostrarmi qualcosa ogni tanto? Qualche posto che piaccia a te.

Sorrise di nuovo. Eravamo a 3 se non erro. Questo fatto mi piacque parecchio.

Ci scambiammo numeri di telefono e contatti Facebook e ci congedammo. Andai a recuperare le valigie canticchiando Penny Lane.

 

Yoruko mi aveva detto di chiamarla non appena fossi atterrato. Senza Yoko nei paraggi e la stanchezza che iniziava a farsi sentire, temevo che il teatrino dell’immigrazione si potesse ripetere. Con mia grande sorpresa e gioia scoprii ben presto che quella nonnina parlava un italiano decisamente migliore del mio giapponese:

  • Pronto, Franco desu.
  • Ah, Konbanha! Come è andato il volo? – che voce dolce e gentile, pensai.
  • Non c’è male, ora sono un po’ stanco però.
  • Riposati sull’autobus. Ci vogliono 2 ore per Shin-Yurigaoka. Dopo trovi me con il taxi.

 

Dal finestrino del pullman osservavo mille macchine e le imponenti strutture di strade e autostrade dislocarsi e farsi spazio tra gli alti edifici. Ovunque luci al neon e schermi proiettavano scritte che non comprendevo. Volevo sì dormire, ma lo spettacolo era talmente affascinante che non accennavo a chiudere occhio. Ero lontano dall’Italia: questo era ormai un dato di fatto.

Tra un momento di meraviglia e un altro ripensavo a Yoko. Mi aveva detto che casa mia era piuttosto lontana, ma tutto sommato altre due ore tra quelle mille sfaccettature di Tokyo non mi pesavano. Ogni tanto l’autobus si fermava e qualcuno scendeva. Studenti, uomini, donne e persino anziani riempivano quel microcosmo con lineamenti ai quali non ero abituato.

Nelle mani stringevo solo il mio ipod che mi spronava attraverso le melodie dei Foo Fighters a mettere da parte le sensazioni di panico per far spazio a carica esplosiva.

“I’m learning to walk again, I believe I’ve waited long enough…”.

Da dove incominciare un nuovo capitolo se non dalla musica, la forma più intuitiva e ispirata di arte?

Scesi a shin-yurigaoka. Un signore mi restituì le valigie che avevo depositato precedentemente nel bagagliaio dell’autobus. Quest’ultimo ripartì lasciandomi solo a guardarmi intorno. Con mia grande sorpresa però tutto era deserto. Non c’erano persone, né automobili sfreccianti. Era come se fossi sceso dall’autobus e fossi precipitato in un’altra dimensione. Nessuno nei paraggi, tantomeno Yoruko san. Che avessi sbagliato fermata?

Presi dalla tasca il telefono per controllare le mail con le indicazioni: nessun segnale. Tutto taceva.

Aspettai 40 minuti buoni. Dopo di che mi diressi verso una cabina telefonica per contattare Yoruko. Alzai la cornetta e inserii qualche moneta. Tre suoni sordi mi diedero l’impressione che anche quella cabina dovesse essere fuori servizio.

Provai comunque a chiamare anche Yoko, ma il risultato fu il medesimo.

“E’ parecchio lontano da qui!”; questo è quanto mi aveva detto lei. Lontano sì, ma che fosse fuori dal mondo? Ancora non potevo saperlo. Decisi che non potevo più starmene lì impalato. Così, vista la fame che aveva iniziato ad attanagliarmi, mi diressi con valigie al seguito alla ricerca di un ristorante. Avrei pensato dopo al resto; in fondo a stomaco pieno si ragiona meglio.

Mi spostai dalla stazione degli autobus e seguii le indicazioni per la metropolitana. Se gli anime avessero rappresentato in minima parte la realtà, avrei trovato qualche chioschetto all’interno della stazione.

Camminai una decina di minuti per le strade deserte di Shin-Yurigaoka e una volta arrivato in stazione il paesaggio fu ancora più inquietante. Immaginatevi di trovarvi in un enorme centro commerciale completamente soli. Luci, musiche, scale mobili e tutto ciò che vi è presente funziona. Voi però, siete gli unici presenti. A quel punto incominciai a preoccuparmi seriamente. Trascinai le valigie con me fino a un negozietto di noodles. Estrassi 500 yen dalla tasca e li inserii nella macchinetta automatica del ristorante. Selezionai un tipo di ramen a caso e aspettai.

  • Hai! Una porzione di ramen con tenpura!

Fui quasi sorpreso di sentire una voce dall’interno. Presi le valigie ed entrai.

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