Osservo il taccuino su cui sto scrivendo. Mille idee mi balenano in testa e come un attento meccanico con i suoi attrezzi, seleziono accuratamente quali utilizzare e quali no. Una storia è qualcosa che va costruita su solide fondamenta. Basta un’idea sbagliata e la casa crolla.

Certo, ci sono autori che volutamente la fanno crollare, che perseguono il caos come fine ultimo, la distruzione come bellezza nella caducità della vita.

Cosa scelgo io? Beh, non saprei dirvi. Potrei anche non decidere un bel niente. Potrei aspettare fino al momento giusto per poi far saltare il castello di carte, così come aggiungere carta dopo carta fino a toccare il cielo. Attenzione però, mi serve l’intercessione dall’alto: la storia di Babele insegna…

  • Irrashaimase!

Entrai nel piccolo chioschetto. Non sapevo se sentirmi più sollevato o spaventato da quell’unica voce che mi dava il benvenuto. Il locale era molto piccolo. Entrando mi trovai a un solo un passo dal bancone e dietro di esso scrutai finalmente una forma di vita che tutta affaccendata si apprestava a prepararmi il ramen. Mi diede un’occhiata veloce mentre con una specie di scolapasta scuoteva i noodle. Vedendomi titubante si rivolse a me:

  • Dozo, dozo, suwatte kudasai.

Stranamente capii tutto e come per riflesso mi sedetti su uno sgabello al bancone con ancora la giacca addosso.

  • Ti sei perso?
  • Cosa glielo fa credere?

Mentre riversava il brodo in una scodella, quell’uomo sulla cinquantina, vestito di bianco come ogni cuoco che si rispetti, mi sorrise.

  • Oggi sei il mio primo cliente. Nessuno viene da queste parti, solo chi si perde.

Non risposi subito. Era chiaro che qualcosa di strano era successo, qualcosa che non riuscivo ancora a mettere a fuoco. Vedendomi taciturno l’uomo riprese:

  • Sai, ho scelto questo lavoro per due motivi. Il primo è che non pago tasse qui, come se stessi costantemente in acque internazionali. Certo, tutto sembra Giappone in questo posto, ma per chi ha occhio, si capisce che questo è più un grosso oceano senza padrone.

Fece una pausa.

  • Non capisco, – gli dissi io.
  • Da dove vieni?
  • Italia, Bologna.
  • Ah, Bologna! Ci sono stato da quelle parti. Una volta viaggiavo tantissimo in Europa per lavoro.

Si fermo per un attimo a riflettere. Voleva riuscire a farmi comprendere un concetto per lui fondamentale e cercava il modo migliore per riuscirci.

  • Conosci Rimini, vero?

Annuii.

  • Bene, prendi l’acqua dell’Adriatico. Certo, è un po’ sporca ma è acqua di mare in tutto e per tutto. Ora, se tu andassi sull’Adriatico, immergessi la mano in mare e la ritirassi, vedresti e proveresti comunque nient’altro che acqua di mare. Sarebbe forse più pulita, più fredda, oscura in certi punti, ma sempre acqua di mare sarebbe.
  • Continuo a non capire, – feci io.
  • Lasciami finire. Questo posto è come l’oceano, sempre acqua di mare è, ma per bacco, non ci troverai mai persone a ballare e scatenarsi a riva! Ah-Ah.Ah!

Rise a crepapelle, Io mi sentivo invece più confuso di prima e, sicuramente, poco divertito. Per interrompere quella risata poco contagiosa gli chiesi quindi:

  • E l’altra cosa?
  • Scusami?
  • L’altro motivo per il quale fai questo lavoro?
  • Ah già! Beh, ecco, l’altro motivo è semplice; mi piace cucinare noodle!

Rimasi lì un momento a riflettere. Sicuramente questa ragione aveva più senso, ma rimanevo comunque perplesso. In che posto ero capitato?

  • E perché ha deciso di farlo qui… ecco…
  • Alle 9.
  • No, non quando. Qui, in questo posto.
  • Sì, qui a le 9. Questo posto si chiama le 9. Non te lo ha detto l’autista?

Sospirai e scossi la testa. Non sapevo se fosse il jet-lag o tutte quelle spiegazioni strampalate, ma mi era venuto solo un gran mal di testa. Mi appoggiai al bancone con i gomiti, le mani tra i capelli.

  • Oh, su su. Qui a le 9 non si sta poi così male e se proprio non vuoi rimanerci ti dirò come uscire, è semplice. Ma prima…

Appoggio sul bancone, davanti ai miei occhi una ciotola fumante di Ramen:

  • Dozo! –  e sorrise a trentadue denti.

Alzai la testa verso di lui sconsolato.

  • Dai mangia! È buono finché è caldo!

Tanto valeva stare al gioco. E poi avevo effettivamente un po’ di fame. Del resto, l’ultima cosa toccata era del cibo disgustoso da economy class.

  • Hittadakima-su!

Afferrai con le bacchette un malloppo di quegli spaghetti sottili. Il gambero fritto che vi era posato sopra sprofondò nel brodo. Me li portai alla bocca e li masticai pian piano, incapace com’ero di mangiarli in maniera appropriata. C’era poco da dire: erano squisiti!

Non so se fosse per il calore del brodo o fosse per colpa mia, ma mi vennero gli occhi lucidi. Iniziai a trangugiarli fino a che non avessi finito perfino l’ultima goccia di brodo. Il vecchio nel mentre sorrideva soddisfatto.

  • Ma sono eccezionali!

Ridacchiò ancora.

  • Grazie! Mi fa molto piacere!
  • Qual è la ricetta? Ci deve essere sicuramente un segreto!
  • Te lo dirò. A patto che tu lavori con me. Ho bisogno di un aiutante.

Avevo ancora le bacchette strette nella mano. Mi feci indietro con il busto e le appoggiai sul bancone. La perplessità nei confronti di quell’individuo era tornata come un boomerang.

Quando ero piccolo mi ricordo di averne ricevuto uno per Natale. La prima volta che lo tenni in mano ero assolutamente dubbioso sul suo funzionamento. Poi quando invece lo lanciai, nel momento in cui lo vidi tornare indietro mi sentii felice. Questo, solo prima di appurare che non sapevo come riprenderlo al volo. Non lo usai mai più. Ecco, il caos, la felicità per quei noodle e ora di nuovo la confusione avevano funzionato esattamente nello stesso modo. Il mio volto non nascondeva nulla nel merito.

  • Ma se ha detto che non viene mai nessuno qui?
  • Mai detto. Ti ho solo comunicato che nessuno viene da queste parti.
  • Aah! Mi fa impazzire lei! – tuonai.

Lui tanto per cambiare ridacchiò ancora.

  • Allora accetti?  – fece lui.
  • Mi spiace ma proprio non posso. La mia vita è sulla terra.
  • Questa è la terra.
  • Mi ha capito, in Giappone, Italia o chi per loro.
  • Non sembri molto sicuro di dove tu voglia vivere…
  • Insomma, la mia vita non è a le 9.
  • Capisco, – mi fece lui e sorrise paternamente. Non si poteva certo dire un tipo scorbutico.

 – Quando vorrai tornare però, sappi che la proposta sarà valida.

  • La ringrazio, – fece io. – Ma non mi ha detto nemmeno come andarmene.
  • Ah già! Beh, è semplice. Basta prendere l’autobus opposto! Dovrebbe passarne uno tra un’ora.

Rimasi a bocca aperta.

  • Tutto qui?
  • Beh, che c’è? Te l’ho detto che non eravamo mica fuori dal mondo.

Seduto su una panchina aspettavo che l’autobus arrivasse. Nel mentre ricontrollavo futilmente un telefono non funzionante e l’orologio. Ero stanco morto. Volevo solo sdraiarmi su un letto a dormire. Troppe cose strane, troppo diverse e confusionarie mi avevano messo ko.

Le 9. Quel posto sperduto come il tempo e alla fine così semplice da trovare.

Per lo meno potevo dire di aver mangiato molto bene, anzi, divinamente. Che fosse un sogno? Che fossi caduto senza accorgermene e avessi battuto la testa? No, non mi sembrava. E anche se fosse, alla fine la realtà è ciò che creiamo noi.

Un’ultima, piccola stranezza doveva però ancora accadere.

L’autobus arrivò, dissi alla persona che scese da esso dove dovevo andare, pregandolo di avvertirmi questa volta una volta arrivati a destinazione. Mentre gli consegnavo la valigia però, a due passi da me notai qualcosa luccicare. Mi avvicinai e notai un piccolo chiodo a 3 punte. Non so il perché, forse volevo un primo ricordo di quell’avventura, ma senza neanche pensarci lo afferrai e lo misi nella tasca posteriore dello zaino.

  • Andiamo per favore – fece l’autista.
  • Si, mi scusi.

Salii sull’autobus e partimmo.

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