Era ormai inverno inoltrato nel vecchio paesino di montagna. Ai lati delle strade la neve si depositava sempre più frequentemente e il gelo si apprestata a essere ormai un costante compagno di vita fino alla primavera successiva.

Fermo guardava da lontano le cime completamente rivestite e ripensava ai vecchi tempi in cui lui e suo fratello potevano, anche con quel clima, andare a fare una passeggiata lungo il monte Cusna. Il tempo adatto alle sue povere e stanche gambe per sgranchirsi in quel modo era però ormai passato. Adesso a Fermo rimaneva solo una casetta in quel paesino solitario, l’unica dimora in grado di farlo star almeno in parte tranquillo nella sua vecchiaia.

Non c’era molto da fare. Ogni giorno si alzava di buon’ora, si faceva una semplicissima colazione e poi scendeva in paese a guardare se sulla bacheca attaccata alla chiesa ci fosse qualche evento in giro per la montagna che potesse interessarlo.

La gente del posto era abbastanza cordiale. Molti, da quando pochi anni pima si era traferito lì, lo avevano accolto con calore dentro la propria comunità e ogni tanto lo invitavano a cena. Fermo qualche volta aveva accettato per buona educazione quegli inviti, ma andare solo a cena con una coppia di altri vecchi bacucchi come lui lo rendeva triste, nonostante potesse compiacersi dell’avere un po’ di compagnia. Inoltre, guardare chi aveva la possibilità di condividere una vita intera insieme, lo rendeva abbastanza depresso. Fermo era solo, o almeno, lo era lì, in quella montagna. La moglie Rosa era morta molti anni prima a causa di una grave malattia cardiaca e Fermo ne aveva sofferto così tanto che con i suoi ultimi risparmi e, dopo averlo comunicato ai figli, aveva comprato una casina là in alto, in quei luoghi dove da giovane era solito immergersi nella natura quando il caos cittadino si faceva insopportabile. Lì, ogni tanto veniva confortato dalla voce dei figli per telefono e ogni tanto lo venivano a trovare insieme ai nipoti, che lo riempivano di un’allegria tale da ridargli forza per dieci anni. Li prendeva con sé tutti quanti e, nella bella stagione, li portava a fare delle lunghe camminate per quelle montagne appena risvegliare dal lungo letargo. Ai più piccoli insegnava tutti i più semplici trucchi per cavarsela in quei luoghi lontano dal tocco dell’uomo, ai più grandi li ricordava, conducendoli nei ricordi della loro infanzia. Andava insieme a Luca, suo nipote, a caccia di insetti e per quei pochi giorni ritornava bambino. Poi, però, quando se ne andavano, ripiombava nella sua immensa solitudine. Più volte i figli avevano tentato di convincerlo a ritornare in città, ma Fermo non ne voleva sapere. In un posto come quello non si sentiva nemmeno un poco la forza di vivere. Sentiva i ricordi con Rosa ripiombare violenti sulle sue povere spalle e lo smog cittadino intasargli i polmoni fino a soffocarlo. No, no, lui rimaneva convinto che, nonostante i parenti fossero lontani, quello fosse il suo posto. Lui rispettava la montagna e la montagna rispettava lui. C’era un tacito accordo che si rinnovava ogni volta che Fermo gettava lo sguardo a quelle alte cime dalla sua finestra.

Quel giorno di gennaio era più freddo del solito. Fermo, dopo aver svolto la sua routine mattutina e aver aiutato un amico del paese alle prese con un vecchio motore di jeep non funzionante, se ne era tornato a casa e ora leggeva tranquillo sul piccolo divano davanti al fuoco.

L’appartamento era molto piccolo. Una stretta sala, con un camino e adornata con vecchi mobili di legno, ospitava vari quadri alle pareti e un piccolo televisore che Fermo raramente guardava. Insieme a questi, un piccolo angolo cottura dotato solo di quattro piccoli fornelli, un forno inutilizzato e un lavandino, completavano il quadro del luogo nel quale il vecchio aveva deciso di vivere. C’erano poi un minuscolo bagno e un’altrettanto piccola camera oltre la porta che segnava il confine tra angolo giorno e notte, ma Fermo attraversava questo solo per andare a dormire. Il posto era piuttosto spartano, ma in qualche modo era accogliente come solo le case di montagna possono essere. Sembrava che quando il freddo fuori ti gelava i capelli, quel luogo potesse rappresentare la salvezza.

Quella sera, Fermo si sentiva particolarmente annoiato e solo. Era tardi e c’era freddo, e in paese non si sentiva il minimo rumore che potesse fargli sospettare di qualche presenza in giro. Ad ogni modo, il vecchio non voleva passare la nottata immobile. Era uno di quei giorni in cui il carattere da giovane sempre attivo di Fermo si faceva sentire più del solito. Forse era stato per colpa di quel vecchio motore che dall’alto della sua esperienza di meccanico aveva fatto partire dal nulla e che gli aveva fatto riscoprire la sua abilità non intaccata dai tanti anni di assenza dall’officina.

Fermo si alzò quindi dal divano piuttosto in fretta. Nonostante l’età ormai avanzata, aveva gambe ancora buone e un passo rapido da fare invidia a molti più giovani di lui. Mai fumato in vita sua, mai bevuto neanche una goccia di troppo e mangiato sempre roba buona. Ora, grazie a questa ferrea disciplina si sentiva orgoglioso di essere rimasto indipendente da tutti e in gran forma.

Si vestì molto pesantemente, fuori dovevano esserci almeno sette o otto gradi sotto zero e di certo ammalarsi non era un’opzione da contemplare. Si avvolse quindi la calda sciarpa di lana attorno al collo, si mise il pesante piumino addosso e, dopo aver preso dall’appendiabiti anche un cappello cucito con il pelo di qualche animale ed esserselo messo in testa, uscì in strada a passeggiare. La sua casa era leggermente più in basso rispetto al centro del paese e una breve ma alquanto ripida salita lo separava da questo. Fermo, comunque, decise di arrivare dall’altra parte, fino alla fontana appena fuori il paese quasi al limite con il bosco, e si incamminò di buona lena.

La notte, come il vecchio aveva immaginato, era silenziosa in ogni suo attimo di sospensione. Fermo sentiva solo il flebile rumore della neve che leggermente ghiacciata si frantumava al contatto con il peso dei suoi scarponi. Avanzava lentamente, facendo ben attenzione ad evitare le lastre di ghiaccio che gli avrebbero procurato una caduta rovinosa. Un passo dopo l’altro, saliva lentamente lungo quella salita. Si dovette fermare un paio di volte a rifiatare. L’età nonostante tutto si faceva sentire. Ciò nondimeno, Fermo procedeva con andatura invidiabile e arrivò in poco meno di dieci minuti nel centro del paese. Si sedette su una panchina di fronte alla chiesa, a riposarsi un momento.

“Ah, dieci anni di meno e non mi sarei fermato neanche una volta!”

Nonostante questi pensieri Fermo si sentiva soddisfatto, la bellezza di quel momento nella più totale tranquillità lo ripagava di tute le fatiche. Chiuse gli occhi e si mise a inspirare profondamente col naso e ad espirare altrettanto profondamente con la bocca. L’aria era perfetta, così, come purificata da quel freddo tagliente. Respirava, respirava sempre più lentamente, fino a quando non gli sembrò di aver recuperato ogni energia.

Decise di proseguire la sua marcia fino alla fontana. Del resto era poco distante da lì e Fermo voleva rispettare a tutti i costi la propria tabella di marcia. Si alzò dalla panchina e scese per una leggera discesa facendo ancora più attenzione di prima a non cadete in qualche impaccio. Gli vennero alla mente, infatti, tanti ricordi divertenti di lui o qualche amico che più di una volta si era fatto qualche metro col sedere per terra. Allora tutti avevano riso, ma se stavolta si fosse ripetuto qualcosa del genere, non ci sarebbe stato nulla da ridere, Come minimo Fermo si sarebbe slogato un’anca, e non avrebbe nemmeno avuto un aiuto su cui fare affidamento.

Dall’alto delle loro cime, intanto, le montagne, continuavano a guardare con ammirazione quel vecchietto instancabile. Un passo dopo l’altro, con tutta la tranquillità di questo mondo, fermo avanzava su quel manto mezzo nevoso e mezzo ghiacciato. Nel corpo, a far compagnia al freddo, una sensazione di libertà lo rendeva in qualche misura felice di quella sua idea notturna.

Dopo l’ennesimo passo messo in fila all’altro, il vecchio si trovò in prossimità della famosa fontana. Chiamarla fontana, forse, era anche un po’ esagerato. Si trattava solo di un piccolo rubinetto che spuntava dalla dura pietra, e che portava dell’acqua da chissà dove fino in paese. Ai piedi di questa, poi, un piccolo canale di scolo, mezzo congelato, faceva defluire l’acqua mezza in strada e mezza in un altro luogo ancora sconosciuto.

Il vecchio si apprestò a raggiungerla per buttarsi un piccolo sorso di quell’acqua purissima in gola. Non c’era acqua più buona sulla faccia della terra, a suo parere. A un tratto, però, qualcosa gli fece sorgere il sospetto di non essere solo. Alcuni rumori, in mezzo ai cespugli poco lontani da quel luogo, segnalavano la presenza di qualcosa. Impossibile dire cosa fosse. Fermo pensò subito a qualche animaletto innocuo.

“Sarà u coniglio,” si disse. Ma qualcosa, ben presto, gli suggerì che non si trattava di qualcosa comune,  e un certo timore incominciò a emergere nel cuore e negli occhio marroni del vecchio. La bestia, qualunque cosa essa fosse, si avvicinava, invece di scappare. Fermo provò allora a fare rumore. Fece un verso strano a voce alta e scalpitò i piedi. Ma dopo qualche attimo di incertezza e di pausa il rumore tra le frasche continuò e si fece sempre più vicino. Indeciso tra il farsi prendere dalla paura o dalla curiosità, Fermo se ne stava immobile a pochi metri dalla fontana. Le orecchie pronte a cogliere ogni minimo suono e gli occhi più attenti a mettere a fuoco immediatamente qualunque cosa si fosse manifestata di lì a breve.

Dopo l’ennesimo rumore, spuntò finalmente qualcosa che mai Fermo aveva visto in tutta la sua esperienza in montagna. Qualcosa che lo paralizzò completamente. Dal buio più fittom era spuntato prima un muso allungato e poi a seguire delle lunghe orecchie accompagnate da un corpo di animale. Fermo si era pietrificato, mai in vita sua aveva visto un lupo, mai a una distanza più ravvicinata di una fotografia. Un piccolo gemito gli uscì dalla bocca e non sfuggì alle orecchie attente dell’animale che subito lo captarono. La bestia si fermò anch’essa a pochi metri dalla fontana, e con questa e Fermo formava un triangolo di non più di dieci metri per lato. Il lupo voltò la testa verso Fermo e incominciò a ringhiare e a fissare negli occhi il vecchio, paralizzato dalla paura. Lo squadrava dall’alto in basso. Dai suoi capelli bianchi che gli spuntavano da quel cappello, fino agli scarponi pesanti. Si sentiva minacciato da quella creatura che molto tempo prima con i suoi antenati aveva profanato il suo habitat e lo aveva scacciato all’interno della montagna. Lo osservava dentro a quei suoi abiti, di una stoffa a lui sconosciuta e dal calore che le bestie selvatiche come lui non provano nemmeno nella più calda estate, Nel viso di quel bipede, qualcosa però riconosceva. Il terrore, il terrore che spesso vedeva anche negli occhi delle proprie prede.

Il vecchio, dal canto suo, non poteva che starsene immobile. Se fosse potuto scappare, avrebbe solo attivato i meccanismi inconsci dell’animale e se lo sarebbe trovato attaccato alle spalle. Non aveva scelta che stare lì, impaurito, alla sua mercé. Al contempo, però lo osservava, e guardandolo sempre meglio non poteva che provare una pura e profonda ammirazione. Guardava quel suo corpo magro e adatto alla corsa. Il pelo invernale folto, tutto arruffato che lo ricopriva e le grandi zanne più che temibili messe in mostra. Osservava dentro quegli occhi a fondo e ci scrutava tutta la paura che le sue prede avevano provato, ma anche tutta la bellezza della libertà allo stato puro.

“Se devo morire per qualcosa, non mi dispiace che sia per dar da mangiare a questo animale magnifico. Ormai sono vecchio, prima o poi qualche malanno spunterà e mi strapperanno da questo luogo magico per portarmi in un qualche malsano letto di ospedale. No, proprio non mi dispiace. Spero solo che mi faccia soffrire il meno possibile. Magari, azzannandomi subito alla gola e dissanguandomi in fretta”.

Una volta pensato ciò, sul volto del vecchio persisteva sì la paura, ma anche qualcosa di diverso, un senso quasi rilassamento, di essere in pace con sé stessi. Si mise quindi seduto su quella neve, come arreso all’ineluttabile destino.

Il lupo, intanto, non si era perso neanche una mossa e con il muso seguiva attento ogni movimento dell’uomo, continuando a ringhiargli contro. Quando lo vide sedersi, poco cambiò, se non che il lupo fece un passo in avanti e si accovacciò, come se volesse compire un balzo verso l’uomo.

Il vecchio tremava sempre di più, ma non di freddo. L’incontro con la morte si facev sempre più vicino, lo sapeva. La donna incappucciata doveva essere poco lontana da lì, nascosta anch’ella tra i cespugli, ad attendere che il lupo sostituisse con le proprie zanne la sua falce.

Quando la bestia però fece per balzare, qualcosa le impose di desistere. Il suo sguardo cambiò totalmente in un istante. Smise di ringhiare all’improvviso e sembrò calmarsi in un solo attimo. Sembrava il cane da guardia alla porta di un cancello che ringhia a uno sconosciuto e poi subito smette non appena risponde ai comandi del padrone.

Fermo non capì cosa fosse successo. Non se lo immaginava proprio. Comprese subito, però, che in qualche modo era fuori pericolo. Lo percepiva dall’aria non più pesante e dal lupo che lo osservava con una cattiveria non superiore a quella di cucciolo impaurito. Il vecchio si alzò in piedi, sempre più consapevole di aver salva la vita e con lo sguardo curioso dell’animale ad osservarlo.

Il lupo all’improvviso puntò in direzione completamente differente. Diede le spalle a Fermo e si incamminò piano piano, zampettando, verso il canale di scolo dell’acqua, incominciando a dissetarsi.

Il vecchio, come spinto ora da una tranquillità cieca, fece lo stesso e si diresse verso il rubinetto. L’animale non lo guardò neppure, tutto intento a bere. Fermo si levò un guanto e aprì l’acqua che ghiacciata sgorgò dal rubinetto. Con una mano si aiutò e se la portò alla bocca. Buonissima.

Finito di abbeverarsi, il lupo gli passò di fianco a non più di un metro e se ne ritornò nel buio, scomparendo. Fermo l’osservò. Cercò di fissare in testa ancora una volta e il più a lungo possibile l’immagine di quell’essere incredibile. Osservava la cosa che bassa, tra le gambe, ondeggiava sospinta dai movimenti del corpo e poi scompariva per ultima dentro la coperta del buio.

Il vecchio non sapeva cosa pensare. Una massa indistinta di emozioni gli si riversavano dalla mente in tutto il corpo. Quella notte, la montagna aveva avuto pietà di lui, oppure semplicemente lo aveva riconosciuto definitivamente come amico e aveva richiamato il suo cane da guardia all’ordine. Insieme a quella creatura aveva poi condiviso i frutti che la benigna montagna concede. Non si era scordato, però, che in un attimo essa stessa poteva riprenderseli tutti e far vibrare il cuore dell’uomo. Tuttavia, Fermo sapeva benissimo che finchè avesse continuato a rispettarla e a temerla quanto bastava, quell’essere mitico e negli anni sempre più vecchio, avrebbe posato una mano amorevole su di lui, ospitandolo ben volentieri in quei luoghi meravigliosi.

Il vecchio si asciugò la bocca, si scosse le mani il più possibile e si apprestò a tornare a casa, conscio tuttavia dell’esserci già. 

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