Racconti on the road di piccoli paesi americani e città fantasma

Saliamo in macchina, le portiere si chiudono, il motore si accende e il veicolo comincia a correre sull’asfalto dell’Illinois. Ci eravamo lasciati a Chicago, con il cuore rappreso di tristezza per l’impossibilità di fermarsi di più in quella città miracolosa. Ora osserviamo i grattacieli di quest’ultima farsi sempre più lontani e scomparire all’orizzonte.

Usciamo dalla città e imbocchiamo una highway circondati da macchine enormi che incutono paura a qualunque guidatore assennato. Le linee tratteggiate si susseguono velocemente a intermittenza mentre procediamo lanciati verso sud rispettosi di un rigoroso limite di 70 miglia orarie. Siamo finalmente on the road.

Il paesaggio cambia radicalmente appena fuori da Chicago. Tutto sembra appiattirsi, le case si fanno sempre più rade e il mondo si tinge di verde. Un verde rigoglioso interrotto solo da qualche fattoria dal caratteristico colore bordeaux e qualche pannocchia gialla che si agita in lontana sotto i colpi del vento dell’Illinois.

Il nostro obiettivo è raggiungere Springfield, ma durante il viaggio abbiamo intenzione di fermarci in qualche paesino caratteristico. Ecco quindi che dopo qualche decina di miglia, di cui un paio in coda (già succede anche qui), prendiamo la prima uscita verso Lexington (IL). Secondo la guida dovrebbe essere uno di quei villaggi ad aver conservato un pezzo della Route 66 originale. Noi, cacciatori di asfalto vintage, non possiamo che fiondarvici.

Non è difficile trovare le indicazioni per ciò che stiamo cercando. Gli abitanti del posto mostrano con orgoglio il loro retaggio culturale di crocevia. Ci ritroviamo quindi di fronte a un’enorme insegna che ci dice che il viaggio nel tempo può iniziare. Un miglio di lunghezza fatto lentamente, per assaporarne il momento a pieno e non perdercene neanche un dettaglio. Vecchi cartelloni pubblicitari spronano a comprare prodotti ormai fuori commercio, mentre l’asfalto visibilmente rovinato ci segnala che stiamo percorrendo un luogo storico. Alla fine del percorso ci guardiamo: non è stato niente di mozzafiato, ma siamo soddisfatti per un’esperienza carina che richiede solo un minimo sforzo.

Il piede preme di nuovo sull’acceleratore, la macchina risuona e siamo di nuovo in viaggio. La strada è dritta, ristretta su un paio di corsie che si estendono verso l’infinito. La radio risuona vecchi classici rock e bluegrass: I’m on a highway to hell, baby.

Ecco la svolta che ci interessa. Freccia a destra e via su per la rampa che ci porta a Bloomington (IL). La cittadina è ben più estesa e popolata della precedente. Sembra anche viva, con due università che rinfrescano e ringiovaniscono il panorama della periferia. Noi però puntiamo alla downtown. Del resto è mezzogiorno e lo stomaco comincia a brontolare.

Quando varchiamo i confini del centro l’atmosfera cambia. Parcheggiamo l’auto tra edifici pittoreschi in mattoni. Bloomington appare come un luogo di frontiera, in qualche modo ricorda qualche cittadina di un film western che si è evoluta lentamente nel corso del tempo. Camminiamo sotto un sole cuocente fino a raggiungere un ristorantino di quelli che si possono vedere solo in film di pessima qualità. Dello stesso avviso è quella bettola dove ci fermiamo. Mentre qualunque abitante del posto lo schiva come la peste, noi ne siamo invece attratti proprio per il fatto che vogliamo sfondare il muro dello schermo e girare la nostra personale pellicola. Mi trovo quindi di fronte a donna latina che mi elenca mille tipi di hot dog della quale non capisco assolutamente nulla. Vada per il Chicago style, un particolare mix con jalapenos che mio malgrado mi farà compagnia durante una difficoltosa digestione durata fino a sera. Il sapore è buono però e così, anche oggi mi sono attenuto alla mia rigorosa dieta. Ne è valsa la pena.

Una volta rifocillati visitiamo il museo centrale dedicato a Lincoln e alla Route 66. Siamo nelle sue terre e chiunque celebra quest’uomo dalla caratura morale decisamente fuori dal comune. Facciamo qualche foto stupida in un posto decisamente curato, leggiamo qualche informazione interessante e poi via di nuovo, on the road verso una meta inedita: Springfield, capitale dell’Illinois.

La città subito sembra un po’ anonima. Spazi infiniti interrotti solo da grandi complessi con immensi supermercati e centri commerciali che non esitiamo a visitare. Menzione d’onore va al Walmart che vende armi al banco.

– Un etto di Kalashnikov per cortesia.

– Arriva subito, sir.

Ci riposiamo un attimo al motel, ma solo per poco. Decidiamo infatti di passare la serata nella downtown Springfieldiana. Dieci minuti di auto e siamo in centro. Da subito qualcosa appare però molto strano: non si vede nessuno.

Parcheggiamo la macchina e incominciamo a camminare nei dintorni della capitale di stato. Da subito siamo colpiti dall’imponente Campidoglio, dagli edifici di epoca vittoriana e dai palazzi del midwest. Eppure, c’è qualcosa che davvero stona. Questo posto è una città fantasma. Ci saranno si e no due ristoranti aperti e quando vi arriviamo davanti scopriamo che chiuderanno da lì a venti minuti per giunta. Sono le 9 e mezza. Cosa succede? Perché una capitale del genere è così triste? Non me lo spiego. Architettonicamente non è per niente convenzionale. Per essere una città statunitense appare ricca di storia. Perbacco, Lincoln camminava per le strade dove io stesso mi guardo attorno osservando vetrine vuote e negozi completamente chiusi.

Monta si avvicina a due persone sedute ai tavolini di un bar. Sono le uniche che incontriamo nel giro di tre isolati.

– Che succede qui? – chiediamo. – Perché è tutto così deserto?

La coppia formata da madre e figlia non sa risponderci del tutto. Non sono di qui. La madre incolpa la mentalità eccessivamente conservatrice di quelle terre, la potenza della chiesa cattolica, Fox News24 e i russi. Il fatto che la maggior parte dei giovani di queste terre decida di emigrare verso le grandi città mi appare sensato, ma il resto del suo discorso mi appare un po’ forzato, forse anche a causa del gin lemon che si trova davanti.

Ce ne torniamo quindi sconsolati verso il motel. Lì c’erano decisamente più ristoranti aperti. Troviamo il conforto di un pasto a base di un’insalata più grassa che un panino alla porchetta. Tra un boccone di pancetta e uno di blue cheese il cameriere ci chiede da dove veniamo; è l’inizio di una conversazione con diversi chiarimenti. Volete sapere perché Springfield è morta? Beh, semplicemente perché è una città anziana. L’America è fatta di persone che lasciano la propria casa dopo il liceo e si trasferiscono in un altro stato. Si tratta di qualcosa di assolutamente normale. Anche a Springfield, questo è ciò che va per la maggiore, i giovani emigrano e si spostano verso centri più grandi con attrattive maggiori. Non posso che rammaricarmene però, perché la città è bella, ha un’identità da mostrare e sulla quale costruire le fondamenta per un mondo turistico più avanzato. Eppure…

Eppure nulla, così stanno le cose e nessuno sembra intenzionato a cambiare niente. La situazione è questa e ce ne dobbiamo fare una ragione. Da nativo di una cittadina di medie dimensioni, con i propri piccoli tesori che non sempre riesce a valorizzare al meglio sono simpatizzante verso questa capitale americana e sono felice di esservi stato e aver contribuito nel mio piccolo al suo turismo.

Andiamo a letto abbastanza presto, domani c’è una nuova avventura da affrontare. Mi dispiace Springfield, mi hai lasciato un po’ di amaro in bocca…

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