Il viaggio sulla Route 66 continua: Petrified Forest, Monument Valley e Grand Canyon

Arrivato al giorno 11 di questo viaggio americano, per la prima volta mi trovo ad ammettere che mi mancano le parole giuste per descrivere la bellezza che mi circonda. È un po’ imbarazzante, lo so, ma proseguendo lungo la strada abbiamo vissuto un climax di emozioni tali che la parola meraviglioso ha perso quasi di significato. Volete usare che ne so “fantastico”, “unico”, perfino “travolgente”? Assolutamente liberi di farlo. Eppure qualcosa stona, qualcosa non sembra giusto, parte del messaggio che voglio trasmettere rimanere lì, non descrivibile.

Come potrei definirvi l’alba delle 5 di mattina mentre ancora assonnato vengo risvegliato da un sole caldo che fa la sua comparsa nel deserto dell’Arizona? Come potrei trasmettervi l’emozione che ti prende il cuore quando vedi per l’ennesima volta il paesaggio cambiare sotto i tuoi occhi? Come riuscirci quando la terra rossa ricompare di nuovo ma questa volta sotto forma di mastodontiche sculture di pietra? Finora l’ho fatto e ho definito tutto come bellissimo con vari gradi e sfumature di significato. Adesso la bellezza è troppa però. Facciamo un tentativo cambiando qualche fattore allora. Tentiamo di descrivere tutto in forme finora non utilizzate:

Sotto il sole cocente di una mattina di agosto cavalco lungo le praterie americane. Il mio destriero mi guida lungo percorsi impervi. Seguo Keylan, un nativo americano dalla natura buona che cavalca libero e senza sella per le sue terre. Quegli stessi luoghi che sono stati strappati alla sua gente e restituiti sotto forma di qualche acro come contentino; come se lui non fosse altro che un animale in una riserva africana. Il cavallo sbuffa e solleva la polvere amaranto dell’Arizona. Segue il giovane ragazzo in difficile discese e lungo rocciosi sentieri. Da qualche parte, in lontananza, animali selvatici cacciano e sopravvivono in un mondo ostile che pare lontano dalle comodità alle quali sono abituato. Sono un estraneo in una terra che sembra rimasta ancorata a un passato ormai scomparso…

Tutto questo appare poco credibile non credete? Eppure non ho inventato nulla. Questo è l’ambiente della Monument Valley. Un luogo che non si può descrivere in altro modo se non attraverso un racconto. No, crearne una guida turistica ne riduce l’impatto, ne svilisce la storia e distrugge le emozioni che si provano all’incontro con questa meraviglia naturale. Perdonatemi quindi, ma continuerò questo racconto, siete liberi di metterne in dubbio la veridicità, ma in cuor mio, io mi sentirò più coerente come scrittore.

Sono le 5 di mattina. Tre ragazzi si svegliano presto per macinare tanti km, più di quanti ne abbiamo percorsi mai in un solo giorno di viaggio. Non importa però, si insegue la meraviglia, si insegue il sogno di libertà del Far West.

Certo non manca un pizzico di scetticismo tra la compagnia. Quanto può crescere la bellezza di quelle terre che stanno attraversando? Solo il giorno precedente i tre hanno attraversato l’ennesima luogo suggestivo, l’ennesima meraviglia naturale che quel viaggio gli ha voluto regalare. Uno di loro si lava la faccia e ripensa a quanto osservato solo poche ore prima: La Petrified Forest. Uno spettacolo in cui l’artificiosità della natura ha superato quella umana. Un’immensa distesa di rocce di quarzo dalle mille sfumature di rosa e dall’aspetto di alberi caduti. Sembravano tronchi a tutti gli effetti, ma così non era. Non vi era più alcuna traccia di elementi organici al loro interno. Eppure… Eppure la memoria di quegli esseri vegetali aveva deciso di mantenersi con un processo di pietrificazione che ne aveva conservato l’aspetto, anzi lo aveva reso più splendente e unico. Lo aveva ereditato dal Triassico restituendolo in modo da preservare il ricordo di un mondo ormai perduto. Meraviglioso.

Cosa ci può essere di più di questo quindi? Il ragazzo non lo sa. Ciò che conosce però è che la strada chiama. Una strada che devia dalla via maestra rappresentata dalla Route 66. Un percorso più impegnativo, che richiede energia e voglia di fare, un percorso che richiede fede e lui ha fede in quella stessa strada che finora non lo ha mai tradito.

I tre salgono in macchina, assonnati e scazzati. Salgono sulla Hyundai Elantra nera che si accende nuovamente e inizia a sfrecciare per le strade di Holbrook. La penombra avvolge ancora il paesaggio deserto e secco dell’est Arizona. Ancora per poco però. Sì, perché un sole rosso e caldo sorge all’orizzonte, spazzando via l’oscurità ancora presente e dipingendo di colori vermigli quel mondo americano.  

Ore 11. Tre nativi americani sistemano dei cavalli, uno a testa per quei tre bravi ragazzi che si sono trovati all’improvviso catapultati in un deserto sorvegliato da rocce e Dei del passato. Uno dei ragazzi si avvicina a uno dei cavalli. Si chiama Missy gli dicono. Un mezzo Mustang, l’unica bastarda in quella partita di equini che accompagnerà i tre gringos per le terre indiane. Ha gli occhi di una creatura docile, buonissima, ma estremamente intelligente. Il ragazzo mette un piede sulla staffa e con qualche aiuto sale in sella a Missy. Lei scuote un po’ la testa, lo mette alla prova, ma le basta poco per capire che ancora una volta si è trovata un cavaliere non alla sua altezza. “Va beh, vorrà dire che tenterò io di guidarlo per questi luoghi senza farlo crepare”.

La truppa è pronta a partire. Grazie al cielo non sono abbandonati a loro stessi. Keylan, un nativo di quelle terre li guida attraverso i sentieri della Monument Valley. Lui sì che cavalca come si dovrebbe. Lui, unico in mezzo a quella truppa sgangherata a sapere cosa stia facendo. Sembra che dialoghi a filo diretto con il proprio destriero. Zero equipaggiamento per lui, solo tanto cuore e feeling innato di chi con i cavalli ha un rapporto che inizia dall’età di due anni.

Missy, Dusty e Gossip si mettono in moto non appena Memphis, il cavallo del ragazzo, inizia a trotterellare per la vallata. I tre cavalli lo seguono ciecamente, ignorando quei tre turisti che per un giorno vogliono sentirsi dei veri cowboy.

I tre ragazzi sono però esaltati da ciò che li circonda. Nonostante il sole batta senza sosta in un cielo azzurro con qualche sporadica nuvola, i tre si perdono nell’immensità di quei luoghi. La meraviglia non si cela sui loro volti mentre osservano quelle sculture naturali. Fiancheggiano rocce dall’aspetto quasi umano. Sculture che hanno un nome e alle quali sono stati affidati compiti di guardia. Nel mentre il feeling con il cavallo aumenta. Missy e il ragazzo piano piano si comprendono. Quest’ultimo supera con successo una prima fase di timore, mentre il cavallo incomincia a capire quando può accelerare e lanciarsi al galoppo e quando non può farlo. Keylan intanto guida i tre intorno alla Sentinella, una delle rocce che sorveglia un piccolo altopiano della Monument Valley. I cavalli salgono con relativa facilità attraverso sentieri circondati da rocce e piccoli arbusti. Li conducono in cima a quella collina ai piedi della Sentinella. I tre osservano l’orizzonte, mentre Keylan gli indica i luoghi più caratteristici di quelle terre dimenticate dal loro Dio. Il mondo fa un passo indietro nel tempo, il cuore gli si riempie di meraviglia e lo scetticismo di quella mattina scompare. Questa è la Monument Valley, un luogo ricco di bellezza millenaria, di una saggezza percepibile solo alla vista, della meraviglia di molti viandanti che si rinnova ogni giorno; sotto lo sguardo di un nativo che solo lì, insieme a loro, può respirare e vivere la propria libertà.

Ore 14. Cambio destriero. Si riprende la Hyundai Elantra e la si spinge a nord. Si abbandona il deserto, la vegetazione torna. Piccoli arbusti cominciano a crescere e mutano in alberi veri e propri. La terra si spacca in profonde voragini. Ci si avvicina a un altro luogo unico: Il Grand Canyon.

L’auto varca i confini del parco e si ritrova dispersa in una foresta rigogliosa. I tre ragazzi seguono nuovamente la strada lungo percorsi tracciati dall’uomo più di 100 anni fa e ormai asfaltati. Si scende dalla macchina, si percorrono pochi passi a piedi e ci si ritrova davanti a uno spettacolo unico. Una voragine di centinaia di metri, dove la rocca si frastaglia lungo il corso del fiume Colorado che come un minatore instancabile si fa strada lungo percorsi ancestrali. Un falco sorvola e setaccia quelle terre rocciose dai mille colori.

I ragazzi sono ammaliati, disintegrati da tanta bellezza che ormai non riescono più a reggere. Il sole sta per calare sul canyon in un nuovo tramonto, ma i tre si ritirano. Va bene così. Anche per oggi, il mondo ha regalato abbastanza.

 

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