Route 66: Los Angeles, Las Vegas e ultimi attimi

Sono le 23, sulla Route 66 è ancora giorno. Io sono però lontano ormai da quei luoghi che mi hanno emozionato così tanto. Il viaggio è finito, si è concluso proprio lì, su quel molo a Santa Monica dove un cartello con la scritta “Route 66: End of the trail” ha sancito il successo della missione che ci eravamo dati.

Potevo scrivere prima, potevo forse farlo una volta arrivato a Los Angeles, oppure anche dall’aeroporto stesso, quando ancora riuscivo a sentire in lontananza il profumo dell’oceano. Ho deciso però diversamente. Volevo comunicare appieno un po’ quel senso di malinconia che adesso mi pervade. Ora che la routine si instaura nuovamente, ora che il mondo si rimpicciolisce di nuovo, ora che la strada non è altro che quella che compio da casa a lavoro.

C’è da dire che in parte la magia è un po’ calata negli ultimi giorni. Dopo aver abbandonato la nostra base notturna a Flagstaff con il cuore ancora pieno di gioia ed esserci ricongiunti con la vera civiltà abbiamo fatto tappa a niente meno che Las Vegas.

Avevo sentito racconti estasiati su questa città. Storie di divertimenti unici in quel luogo che si definisce “la capitale dell’intrattenimento globale”. La verità è però che questa metropoli del Nevada mi ha abbastanza deluso. Las Vegas è una città che secondo la mia modesta opinione al giorno d’oggi dovrebbe essere bandita dal mondo civilizzato. Un posto dove l’uomo viene retrocesso allo stadio animale o addirittura a un vegetale che intontito non può far altro che rimanere fino alle 5 di notte a schiacciare un bottone su una macchinetta che gli ruberà i risparmi di una vita. Infatti, l’unico modo per reggere la nottata è con un litro di margarita in corpo e una manciata di dollari da giocare. Mi spiace, sarò io che sono troppo serioso, sarà che l’esperienza dei giorni precedenti è stata davvero travolgente, ma io della città del peccato ricorderò ben poco. Dovevo vederla con i miei occhi e provare a stare al suo gioco però, per giudicarla con cognizione di causa e averne un quadro più definito. Questo di per sé fa sì che la nostra deviazione dalla strada madre abbia avuto un senso. Nonostante questo però non ci tornerò.

Diverso il discorso per Los Angeles. La California da sempre rappresenta un po’ la terra promessa nel panorama americano. Il posto dove si emigrava per cercare la speranza di una nuova vita e un’esistenza migliore. Per me, in parte, rappresentava la stessa cosa. Il mio contatto con essa è avvenuto 8 anni fa. Due mesi passati in una San Diego dal clima accogliente e con amici unici. Un tempo ormai lontano che rappresenta un ricordo prezioso di un paradiso terrestre.

Los Angeles è stato quindi un po’ un ritorno a casa. Città sicuramente diversa da sua cugina al confine con il Messico, ma passeggiare per Venice Beach, dove la brezza marina non cessa mai e dove lo scroscio delle onde ha fatto da colonna sonora a una giornata speciale è stata una similitudine importante di ricordi preziosi che ho potuto rivivere in parte grazie a questa esperienza.

Inoltre, andare in giro per L.A. equivale davvero a camminare per le strade che hanno in parte disegnato l’immaginario collettivo dell’America contemporanea e non. Ovunque si giri si è investiti da costanti déjà-vu, dalla sensazione di essere già stato in determinati luoghi e questo grazie a film, video musicali e storie che sono stati prodotti in questa capitale del cinema.

Cosa dire quindi ora? Cosa poter trasmettere di più per concludere e riassumere questa esperienza americana che ha visto me e altri due eroici amici in un viaggio durato più di 5600 km e 74 ore di macchina? Niente. L’unico invito che vi faccio e di fare come noi appena ne avrete la possibilità. Prendete lo zaino in spalla e girate per gli Stati Uniti.

L’America è un paese che in molti hanno raccontato e in diversi molto meglio di me. L’unica cosa che rimane da fare è viverla, altrimenti non si può capire, non si può comprendere la vastità di quel mondo dalle mille contraddizioni, culture e subculture. L’America è un sogno, un mondo che è stato costruito attraverso la letteratura, la musica e il cinema, che è stato infiocchettato e creato per rendere l’American Dream credibile a tutti. Se però questo sogno possa davvero reputarsi attendibile o meno spetta a voi deciderlo, non a me.

Io posso solo dire che è un mondo dalle mille bellezze, naturali e non, che ha invocato in me costanti sensazioni nostalgiche attraverso le melodie e i luoghi che ho potuto finalmente ascoltare e visitare. Prima avevo potuto vedere un solo stato, avevo potuto provare tali sensazioni solo attraverso la mia immaginazione viaggiando attraverso la carta stampata di classici letterari. Ora ne ho visitati 10 e ho potuto toccare con mano tanti aspetti di una cultura variegata e unica.

Tuttavia, l’America è anche qualcosa di più purtroppo e questo è per correttezza giusto ricordarlo. Gli Stati Uniti sono un posto che costa caro e non mi riferisco solo ai prezzi ma all’umanità in generale. Viaggiando è infatti fuori da ogni dubbio come le politiche di presidenti scellerati abbiano instaurato alcuni meccanismi pericolosi. Meccanismi che non prevedono minimamente politiche ambientali adeguate e che danneggeranno inevitabilmente il pianeta. Politiche nelle quali spreco e sperpero regnano sovrane in uno stato dove la salute dei cittadini è messa a repentaglio da obesità rampante e industrie alimentari senza scrupoli; dove lobby di ogni genere sfruttano pianeta e abitanti senza remore.

Dispiace essere così drastico, ma raccontare solo le meraviglie di questo mondo non sarebbe giusto, non sarebbe del tutto veritiero. Rimane però il fatto che sia un mondo che ho amato, un mondo dove non mi dispiacerebbe vivere in alcune città ben selezionate, un mondo dove è possibile trovare isolamento, pace, tranquillità e bellezza, ma un mondo che come tutti gli altri ha i suoi pregi e i suoi difetti.

Questo è però il mio racconto. Un racconto per forza di cose parziale e influenzato dalla mia storia e dalla mia vita. Una storia che spero possa aver appassionato anche in minima parte e che io non mi scorderò mai.

Ora richiudo il computer per un po’ di tempo, guardo l’orizzonte scuro e vedo i monti che si affacciano sul Lago di Como. Il paesaggio è diverso ma chiudendo gli occhi e viaggiando con la mente mi rivedo, lì, a cavalcare per quelle praterie americane. Vedo Missy, vedo il Gran Canyon, vedo le facce felici dei miei amici che viaggiano al mio fianco a ritmo di musica. Per la milionesima volta ringrazio il mondo per la possibilità che mi è stata offerta.

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